La nuova corsa agli armamenti

16/02/2011

Si è sperato di voltare pagina quando, nel 1986, il presidente russo Michael Gorbaciov, dopo una serie di riforme note con il nome di perestroika, cominciò a parlare di “rivoluzione pacifica” e propose alla superpotenza nemica “un’offensiva del disarmo”, cioè l’eliminazione dei missili a gittata intermedia (cosa che venne successivamente fatta) e l’attuazione di un programma in tre fasi per la messa al bando delle armi nucleari entro il 2000. Gorbaciov è stato il primo capo di stato a riconoscere la priorità degli interessi dell’intera umanità su quelli di limitati gruppi nazionali e politici. Nonostante fosse aspramente criticato da chi vedeva in lui il sabotatore del comunismo e nonostante sapesse che rompendo i vecchi schemi la rivoluzione da lui stesso scatenata l’avrebbe spazzato via, egli decise di andare fino in fondo. Con queste parole spiegò qualche anno dopo la sua iniziativa: «Se non si fosse riusciti a fermare la corsa agli armamenti e a comporre i dissidi tra le potenze nucleari, si sarebbe inevitabilmente arrivati a una catastrofe per l’intera umanità: ogni conflitto di politica estera avrebbe potuto scatenare una guerra nucleare nella quale sarebbero crollati a picco socialismo, capitalismo e tutte le passioni ideologiche a essi connesse» (da Le nostre vie si incontrano all’orizzonte, M. Gorbaciov e D. Ikeda, Sperling&Kupfer Editori, Milano 2000, pag.79). E, tuttavia, le azioni pur coraggiose di Gorbaciov non sono state sufficienti né alla realizzazione di un disarmo totale né a mettere fine alla logica della deterrenza. Dopo il crollo della superpotenza sovietica, c’è stata una nuova “corsa” agli armamenti nucleari da parte di alcune nazioni come India e Pakistan. La sicurezza degli Stati continua ancora oggi a basarsi sulla logica della deterrenza e, anzi, essa si è potenziata trasformandosi nella cosiddetta deterrenza estesa, detta anche “ombrello nucleare”, con la quale chi ha le armi nucleari, in caso di attacco, anche non nucleare, non solo nei propri confronti, ma anche nei confronti di nazioni proprie alleate, minaccia di esercitare rappresaglia nucleare nei confronti dell’aggressore. Possedere le armi nucleari è diventato un obiettivo ambito anche perché ciò conferisce “prestigio politico”, soprattutto alle nazioni più deboli, che solo in questo modo vengono prese maggiormente in considerazione quando vengono discusse le politiche economiche, energetiche e sociali.

A seguito dell’attacco terroristico subito da New York l’11 settembre 2001, inoltre, si è diffusa la tendenza a sviluppare armi nucleari di piccole dimensioni che possano essere usate alla stregua di armi convenzionali. Allo stesso tempo, c’è il rischio che anche terroristi senza scrupoli si possano dotare di simili ordigni nucleari. 

Non dimentichiamo anche gli interessi economici che sono alla base della proliferazione delle armi. Secondo il Sipri Yearbook 2009, l’annuale rapporto dell’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma, a tutto il 2008  le spese militari sono cresciute del 45% dal 1999 raggiungendo un nuovo record dalla fine della Guerra Fredda: si tratta di 1.464 miliardi di dollari (Sipri Yearbook 2009). I soli Stati Uniti hanno in programma per i prossimi dieci anni un programma di “ammodernamento” degli arsenali nucleari da 80 miliardi di dollari (Dipartimento di Stato USA – Start_Factsheet). Anche solo una piccolissima parte di questo denaro (appena il 10%), se investito diversamente permetterebbe ad esempio di raggiungere tutti gli Obiettivi del Millennio il cui costo stimato per il 2010 è appunto di 143 miliardi di dollari (www.unmillenniumproject.org).