“Questa non è guerra, questo è puro nichilismo. Questo è un crimine contro Dio e contro l’umanità.”
Nippon Times
Nel 1923, Svevo immaginava che “un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri” potesse inventare un ordigno capace di annientare l’umanità. Sembrava letteratura, ma nel 1945 divenne realtà. Eppure, nei manuali scolastici Hiroshima e Nagasaki sono spesso raccontate come l’atto finale della Seconda guerra mondiale. In realtà, quelle due esplosioni segnarono un inizio: l’inizio di un’epoca in cui la scienza non protegge, ma minaccia. “Questa non è guerra,” scriveva il Nippon Times, “questo è puro nichilismo. Questo è un crimine contro Dio e contro l’umanità”.
Prima della bomba, Hiroshima era una città viva, attraversata dai fiumi, piena di studenti, ponti, mercati e vita quotidiana: una rete di scuole, botteghe, artigiani e tram animava il centro urbano. Nagasaki era un porto collinare e multiculturale, con cantieri navali, comunità cristiane, odori di spezie e dolci occidentali, e quartieri popolari abitati da famiglie numerose. Erano città reali, abitate.
Capire cosa è successo significa guardare oltre l’istante dell’esplosione, e tornare al contesto che ha condotto alla decisione di usare l’atomica.
Prima dell’estate del 1945, la Seconda guerra mondiale volgeva ormai al termine: la Germania aveva già firmato la resa e il Giappone rappresentava l’ultimo fronte attivo contro le principali potenze alleate — Regno Unito, Unione Sovietica e Stati Uniti. Nei mesi successivi, il presidente americano Harry S. Truman, da poco succeduto a Franklin D. Roosevelt, decise di impiegare una nuova arma di distruzione totale, la bomba atomica, recentemente sperimentata con esiti talmente potenti da sorprendere persino i suoi stessi ideatori. Secondo alcuni studiosi, tale decisione mirava ad abbreviare un conflitto che si preannunciava ancora lungo e sanguinoso. Tuttavia, fonti storiche dimostrano che l’imperatore del Giappone aveva già avviato contatti con Mosca, manifestando l’intenzione di giungere a una pace a qualunque costo. Gli Stati Uniti, venuti a conoscenza di tali negoziati, intesero prevenire un intervento sovietico che avrebbe potuto legittimare rivendicazioni territoriali. L’impiego dell’arma nucleare fu pertanto finalizzato a sottomettere e a dimostrare la superiorità militare statunitense nei confronti dell’Unione Sovietica.

La realtà, però, non si chiude con una decisione politica. Il 6 agosto 1945 l’Enola Gay sganciò “Little Boy” su Hiroshima, esplosa a 600 metri dal suolo, radendo al suolo il 70% degli edifici e causando 140.000 morti entro fine anno. Tre giorni dopo, il 9 agosto, “Fat Man” colpì Nagasaki, distruggendo 6,7 km², con 74.000 morti entro il 1945 e pioggia radioattiva. Si stima che 38.000 vittime fossero bambini. A Hiroshima il 90% di medici e infermieri fu ucciso o ferito, 42 ospedali su 45 resi inutilizzabili. La maggior parte morì senza alcuna cura e anche chi entrò dopo per aiutare perse la vita per le radiazioni. Questi dati mostrano che in caso di esplosione nucleare non è possibile un intervento medico immediato: ospedali, vigili del fuoco e soccorsi non possono operare. Nei cinque anni successivi aumentò la leucemia tra i sopravvissuti, seguita da tumori e malformazioni nei figli delle donne esposte. Gli Hibakusha, sopravvissuti alle esplosioni, sono oggi testimoni viventi degli effetti delle armi nucleari.